Scintille di follia

A Varese è arrivato il manicomio. Da qualche settimana la città è tappezzata di manifesti dello Psychiatric Circus.

Ci sono andata, e in molti mi hanno chiesto se ne valeva la pena. Tanti, praticamente tutti, mi hanno chiesto se avevo avuto paura, o imbarazzo. Si, perché questo è l'effetto che fa il manicomio ai "sani", soprattutto quando gli articoli sul giornale preannunciano alto grado di partecipazione del pubblico, scene forti, momenti di paura misti a momenti di divertimento.

Pensavo, mentre mi avvicinavo al tendone, che l'esterno dei manicomi doveva essere qualcosa di molto simile. C'era la paura,  è vero. Tutti eravamo un po' intimoriti all'idea di entrare (lo spettacolo di fatto inizia un'ora prima, che è un'ora ad altissima interazione con gli attori, che sono perfettamente e aggiungerei mirabilmente calati nella parte dei folli).

Così, una suora dallo sguardo inquietante, ci ha portati nell'atrio. Ed era impossibile non pensare a come i folli si siano sentiti al loro ingresso nelle strutture, a come ancora oggi si sentano tutte le persone che vengono percepite, o si percepiscono, come matte.

Il punto è che da un certo punto in avanti, non si capisce più chi sia folle e chi no. Il pubblico è spaventato dall'attore che, catena e megafono alla mano, terrorizza tutti. Da fuori,in effetti, quel rumore di catena, non lasciava presagire nulla di buono. C'è una musica allegra e ripetitiva, e ci sono questi rumori di catene, di ferro, di sbarre delle cellette sbattute dai  folli che poi vengono liberati.

La signora di fianco a me mi dice "così diventiamo matti noi", ed io penso che sì, il manicomio rende matti. Essere trattati come folli, rende effettivamente  folli. Le etichette sono le nostre gabbie più strette. Essere trattati non come esseri umani, ma come diversi da  sedare, punire, cambiare, non può che esasperare comportamenti incomprensibili agli occhi dei più.

E da lì in  avanti, tutto prosegue così. Al di là della bravura degli attori, dei numeri circensi, delle risate e dell'imbarazzo dei poveri spettatori catapultati sul palco (a rendere bene l'idea che i "normali", di fianco ai "folli", non sembrano affatto diversi da questi ultimi). L'ora di interazione prima dello spettacolo permette di affezionarsi ai personaggi e questo rende ancora più coinvolgente  tutto lo spettacolo. Perché gli spettatori, per esempio, sanno benissimo che Tito non ha bisogno dell'elettroshock, ma solo di qualcuno che sia disposto ad adottarlo, anche  se solo per un momento.

C' è un po' tutto quello che del manicomio ho sempre pensato, leggendo libri, guardando foto, immergendomi nelle poesie e nei racconti di chi quei luoghi ha abitato.

Ma soprattutto c'è la tensione emotiva, mi verrebbe da dire citando Vasco Rossi, c'è quell'equilibrio sopra la follia che  è un misto di paura, divertimento, ingenuità, stupore, dolore, angoscia.

Anni fa alcuni miei compagni d'Università uscirono dal cinema appena iniziata la proiezione del film "Idioti" di Lars Von Trier, fortemente infastiditi dal vedere attori che impersonavano malati di mente, all'interno di una storia in cui effettivamente i protagonisti si fingevano ritardati per ottenere dei vantaggi  di vario tipo. Quest'anno una collega mi ha detto "non penso di sentirmela, io con gli psichiatrici mi sento troppo in difficoltà", quasi fosse assodato che quello fosse davvero il manicomio, e non una rappresentazione teatrale. Ed è poi questa la magia vera di questo spettacolo.

Chiaro che uno spettacolo teatrale non possa essere sovrapponibile alla realtà, però può risvegliare emozioni vicine a quelle che proveremmo "se", e questo spettacolo in me ha permesso il contatto con tutto quello che, da lettrice, avevo presentito, ma non avevo mai provato in modo tanto netto e chiaro.

La follia ci fa paura, ci rende timorosi, ci imbarazza. Se però compiamo un piccolo salto, se non spegnamo la nostra personale scintilla di follia, ci permette di vedere ciò che coi nostri occhi di solito non siamo capaci di cogliere. Dentro e fuori noi.